Articoli pubblicati sui giornali

2003

 

 

 


 


Giuseppino Tovazzi con la sua splendida marmorata: 9 chili di trota catturata sul ghiaione di Volano
 

Il colpo migliore è riuscito a Giuseppino Tovazzi, di Volano, che vicino al paese ha catturato un vero gigante della specie
Sull'Adige è partita la stagione dei record
In quindici giorni catturate 9 trote sopra i due chili. Tutte marmorate
Inizia a dare frutti la politica di tutela delle specie pregiate

di Luca Marsilli

ROVERETO. Non era mai successo. Ci sono stati anni in cui l'apertura della pesca alla trota nell'Adige lagarino coincideva con record di rapidità di catture: in pratica il gioco era a chi raggiungeva la quota massima consentita - 6 trote - più in fretta. Ma una serie di catture di pregio assoluto, per dimensioni e qualità, come quest'anno non si era mai vista. Nei primi 15 giorni di pesca nell'Adige nel tratto a monte della diga di Mori e fino a Besenello sono state pescate almeno 9 trote marmorate di peso superiore ai 2 chili. E alcune erano dei veri mostri della specie: 9 chili (Giuseppino Tovazzi: l'ha allamata l'11 febbraio a Volano), 4 chili e 300 (Doriano Comper, 15 febbraio a Pomarolo), 4 chili e 200 (Ottorino Ferri, a Villa il 2 febbraio), 4 chili (Lorenzo Scrinzi il 15 febbraio a Volano). Le altre trote da record, fra i 3 e i 4 chili, sono state pescate tra Villa e Volano, al ponte di Villa, ancora a Pomarolo e a Calliano.
In alcuni casi colpi di fortuna, certamente, ma non solo. Ferri, un mantovano che pesca con grossi artificiali, ha centrato anche una seconda cattura di rilievo: ancora una marmorata superiore ai due chili. E comunque, che siano state prese per tenacia, intuito, genio o fortuna sfacciata non fa la differenza: quelle trote c'erano. E ovunque si sono segnalate catture magari non numerosissime, ma di taglia sempre interessante. Insomma, qualcosa sul fiume è cambiato e si iniziano a vedere i frutti di una gestione delle acque che negli ultimi dieci anni ha vissuto una rivoluzione, con l'innalzamento progressivo delle misure minime per la trota marmorata e il temolo e grossi investimenti a sostegno di quelle che sono le specie pregiate e specifiche dell'Adige. Il massimo si raggiungerà tra qualche anno, quando la nuova pescicoltura - dove con un anno di anticipo sulla tabella di marcia sono nate l'autunno scorso le prime 20.000 trotelle - andrà a regime. Già oggi però l'Adige non è più il fiume delle 30 catture in due ore ma sta diventando il fiume dove trovarsi all'altro capo della lenza animali di due o tre chili non è più l'evento di una vita. Chi si lamenta oggi - rimpiangendo i cestini sempre pieni di sei anni fa e continuando a pescare come allora - non ha ancora avuto il piacere, ma avanti di questo passo la schiera dei soddisfatti è destinata a crescere in fretta.

Duri con l'assessore dopo le critiche al presidente delle lenze
Pescatori contro Pallaoro
«Compatti con Maestri»


TRENTO. Solidarietà al presidente dell'Unione dei pescatori, Adelio Maestri, è stata espressa dai presidenti delle Associazioni territoriali dei pescatori in merito alle dichiarazioni fatte dall'assessore provinciale Dario Pallaoro, in cui si metteva in dubbio la rappresentatività di Maestri. E' l'ennesimo capitolo di una polemica scoppiata da alcuni giorni.
I presidenti hanno diffuso una nota in cui sostengono che le dichiarazioni di Adelio Maestri contestate da Pallaoro "riassumono il contenuto del documento presentato ai giornalisti nella conferenza stampa del 16 aprile scorso, che è stato sottoscritto, oltrechè dalle tredici associazioni aderenti all'Unione Pescatori, anche da associazioni che non aderiscono all' Unione (A.P. Fersina e Alto Brenta, A.P.D Valle di Fassa, A.P. Cavalese), rendendo di fatto le posizioni espresse ampiamente condivise dal numeroso mondo dei pescatori trentini (sono oltre 22.000 praticanti)". "Le negligenze della Provincia - prosegue la nota - nell'applicazione del piano di gestione ittica da essa stessa approvato (la Carta ittica) e dei relativi impegni della Provincia stessa, soprattutto in materia di ripristino ambientale e di sostegno economico e tecnico alle associazioni sono sotto gli occhi di tutti e sono ben sintetizzate nel documento". I presidenti invitano pertanto "Pallaoro a visitare il territorio per una verifica dei singoli casi, ampiamente diffusi sull'intero territorio provinciale" e precisanno che "la quotidiana azione delle associazioni territoriali dei pescatori nella gestione del patrimonio ittico pubblico e nella sorveglianza sulle acque non è ispirata a "polemiche di vago sapore politico", ma all'appassionata difesa e promozione della straordinaria ricchezza idrica e ittica del nostro territorio, che troppo spesso viene sottovalutata da politici e amministratori". "Anzichè lasciarsi andare a sterili polemiche - conclude la nota - potrebbe darsi da fare per risolvere almeno alcuni dei numerosi problemi messi in rilievo nel documento, ascoltando i suggerimenti di chi la gestione della pesca e delle risorse ittiche la pratica concretamente".


La fogna sfocia sulla cascata

Michele Righi attacca l'assessore e chiede conto delle oltre mille firme raccolte nel 2000
«Leno inquinato, da Berasi solo promesse»


ROVERETO. Michele Righi, del Comitato per la salvaguardia del Leno e del Gruppo speleologico Roner, interviene a proposito dei tre esposti firmati dal consigliere di An Civettini sugli abusi presenti lungo il corso del torrente Leno. In almeno uno dei tre casi segnalati, Righi la sa lunga.
«Su quanto promesso dall'assessore provinciale all'ambiente Iva Berasi - scrive - ricordo che le 1147 firme furono consegnate il 5 settembre 2000 e che la mia prima denuncia venne fatta nel luglio del 1999. Non è esatto quanto riportato dal giornalista che scrive: "Questo affermava a luglio dell'anno scorso l'assessore in risposta all'ennesima denuncia di Righi." Berasi ha adottato la solita tattica "prometti e fuggi" da politicante, in effetti oggi posso affermare che non avevo maturato una grande fiducia sulle reali intenzioni dell'assesore. Oggi sono molto curioso di conoscere che fine hanno fatto le 1147 firme. Non mi stupirei - chiosa Righi con sarcasmo - di ritrovarle in ammollo nelle maleodoranti acque del torrente».

 


Ieri Trento ha deciso Lungo l'Adige sorgerà un nuovo biotopo


ROVERETO. Mettere sotto tutela quattro siti lungo l'asse dell'Adige importanti sia per la rarità dell'habitat, in quanto foreste pluviali, sia per le popolazioni di animali che in esse trovano rifugio, conservare quattro frammenti dell'originario paesaggio fluviale della val d'Adige, alterato dall'azione di bonifica e di rettifica effettuata negli ultimi due secoli: questi gli obiettivi che la Provincia si è prefissa con l'istituzione, nel territorio dei comuni di Isera, Ala e Avio, del biotopo "Adige", ultimo nato nella grande famiglia dei biotopi e delle aree protette già istituite sul territorio provinciale.
Ischia di Isera, confluenza Rio san Valentino, Borghetto nord, Borghetto Sud: queste le quattro zone che, approvando la proposta dell'assessore Iva Berasi, sono state individuate dalla giunta quali biotopo di interesse provinciale. Si tratta di poco più che quattordici ettari che, proprio per il loro carattere naturalistico di foresta alluvionale richiedono - come del resto prescrivono le direttive comunitarie in materia di conservazione degli habitat naturali e seminaturali - un'area speciale di conservazione.
Tutti i comuni interessati hanno espresso parere favorevole all'istituzione del biotopo, al piano di gestione naturalistica ed alle norme di tutela: dopo il sì di Isera, arrivato già nel dicembre del 2002, Avio ha valutato positivamente gli interventi di salvaguardia ambientale lo scorso gennaio, chiedendo un progetto per consolidare il margine sinistro dell'Adige e la golena posta sul margine destro. Ala ha infine comunicato il suo assenso nel marzo scorso. E quindi ieri la giunta provinciale ha finalmente potuto istituire, in via ufficiale, un nuovo biotopo lungo le rive dell'Adige.


«Biotopo di Cei: esperimento fallito»
Sandro Giordani fu tra i promotori, ora chiede di salvare il salvabile
IL LAGO STA MORENDO


VILLALAGARINA. Quando alla fine degli anni 80 nacque l'idea di inserire tra i biotopi l'area di Cei, era assessore a Villa e fu tra i promotori dell'iniziativa. Il 30 novembre 1992 l'istituzione. «Frutto di una mediazione - dice Sandro Giordani - perchè si volevano tutelare sia l'ambiente, prezioso, di Cei e Pra dell'Albi, sia l'uso storico del lago da parte di villeggianti e gitanti. Si decise di sottoporre a tutela integrale una parte del lago, il Lagabis e Pra dell'Albi. Tutela meno rigida per la parte balneare. Sono passati 11 anni e purtroppo dobbiamo dirlo: l'esperimento è fallito».
Da sub appassionato Giordani si immerge a Cei molto spesso. E dopo l'ennesima immersione, tre settimane fa, si era presentato all'ufficio Biotopi per incontrare coloro con cui aveva collaborato 11 anni fa. E chiedere di riconsiderare la situazione. «Oggi - dice Giordani - in mezzo al lago ci sono solo 70 centimetri d'acqua ed almeno un metro di fango. Fango nero e sottile, morto. Fino a pochi anni fa bastava immergersi per vedere, in grande quantità, le ostriche di acqua dolce. Adesso per vederne un paio bisogna cercare ore. Il gambero è scomparso. Pesci non se ne vedono, ad eccezione dei cavedani che con Cei non hanno mai avuto nulla da spartire ed ora sono specie dominante. Non si può fingere di non capire: il lago sta morendo. Quelle specie che si volevano tutelare, stanno sparendo. E allora bisogna riconoscerlo: la sperimentazione, perchè di sperimentazione parlavamo nel 1992, è fallita».
Secondo l'ufficio Biotopi, intervenuto per penna di Della Giacoma, il lago sarebbe migliorato rispetto a 10 anni fa. E chi dice il contrario è in mala fede. «Credo - risponde - di essere al di sopra di ogni sospetto, perchè fui tra i realizzatori del Biotopo di Cei, voluto dalla Provincia ma concordato punto per punto col Comune di cui ero assessore. Il fallimento è anche mio. Ma non riconoscerlo e fingere che vada tutto bene sarebbe ipocrita: quel lago lo conosco da sempre e lo frequento molto. Non serve essere maghi per prevedere che se non si cambia radicalmente in pochissimi anni diventerà una torbiera. Possiamo anche decidere che ci va bene così, ma non era questo l'obiettivo che ci eravamo dati e quindi credo che Provincia e Comune debbano riparlarsi con grande franchezza. E scegliere».
Scegliere implica più possibilità. Quali sono?
«Io penso ce ne siano tre. La prima è lasciare che le cose seguano il loro corso. E quindi estendere la tuteta integrale (biotopo di tipo A) a tutto il lago, vietare la balneazione e tutelare la zona umida per quello che è e diventerà. Ma deve essere una scelta esplicita, perchè ha implicazioni sociali che non serve ricordare. Magari sarebbe anche una scelta coraggiosa. Non è quella che farei io, ma se compiuta alla luce del sole sarebbe comunque seria e rispettabile. La seconda possibilità è mantenere la divisione in due aree del lago, intervenendo però su quella «B», ormai solo teoricamente balneabile, in modo drastico. Significa dragare il lago per asportare tutto il limo ed estirpare le radici dei nannufari. La terza, forse la più razionale, svincolare dal Biotopo il solo lago di Cei. Conservare a tutela integrale Lagabis e Pra dell'Albi, ma dichiarare fallito l'esperimento promisquo del lago principale e trattarlo per quello che era e volevamo rimanesse: un lago, ricco dal punto di vista ambientale, ma anche luogo di svago e divertimento per la moltissima gente che a Cei è legata da generazioni. Bisogna scegliere. Quello che non si può fare è negare l'evidenza e lasciare che la natura decida per noi. Perchè a Cei - è bene ricordarlo - di naturale, nel senso di originario, non c'è più nulla. Prima il lago è stato tagliato in due per fare la strada, separando lago di Cei e Lagabis. Poi sono arivati alberghi, villette e turisti. Poi si è inventata una zona umida a colpi di ruspa, ridisegnando il profilo delle sponde. Insomma, se si interra e trasforma in torbiera in dieci anni dopo essere rimasto lago per secoli, non è perchè fosse destinato a farlo ma perchè a colpi di ruspa si è trasformato da lago in stagno. Può anche andare bene così, ma non è quello che volevamo nel 1992 nè quello che avevamo prospettato allora alla nostra comunità».


Manica rigetta le critiche: «Le ninfee? Sono un fenomeno, non un dramma. E pure il traliccio Tim è un falso problema»
«Il lago di Cei fa pena? Colpa della siccità»
L'assessore all'ambiente di Villa: cambiamo norme, ma il biotopo resta

di Chiara Zomer

VILLA LAGARINA. L'idea che l'ufficio biotopi abbia - più o meno consapevolmente - danneggiato il lago di Cei anzichè valorizzarlo, è frutto della fantasia di qualcuno. Questa l'opinione dell'assessore all'ambiente di Villa, Alessio Manica. Che se ammette la possibilità di ritarare i vincoli sull'area, non transige su un punto di principio: Cei è un biotopo. E tale deve restare.
A parlare di possibili errori da parte dell'ufficio biotopi della Provincia era stato persino Pietro Lorenzi, consulente del museo civico. Poi si sono aggiunti quelli che a Cei vivono, ricordando con la nostalgia di chi la vede persa per sempre, la magia di un lago sempre più simile ad uno stagno. Infine, a rincarare la dose, ci ha pensato Sandro Giordani. Che sull'idea del biotopo ha scommesso fino alla fine. Ma che ora, al riguardo, parla di fallimento.
Dal canto suo l'amministrazione di Villa difende scelte passate e attuale regolamentazione. «La scarsità d'acqua di quest'anno è l'aspetto nodale di tutto l'allarme - osserva infatti Alessio Manica - E' perlomeno fantasioso pensare che il basso livello registrato quest'estate sia legato all'intervento di rinaturalizzazione effettuato dall'ufficio biotopi nella parte sud che, seppur discutibile, non ha di certo aggravato la stagionalità del bacio, che da sempre è soggetto ad aumenti e riduzioni di livello notevoli nell'arco dell'anno, prima e dopo l'istituzione del biotopo. L'acqua del lago è sicuramente molto più pulita che in passato, forse è torbida più che negli anni scorsi a causa del citato basso livello, che mette in evidenza fondali, alghe e ninfee, ma le acque cristalline sono forse più nelle idee dei bagnanti che nella storia del lago. Le ninfee invece sono un fenomeno, e non un problema, che quest'anno si è accentuato sia per la riduzione dello specchio d'acqua sia perchè durante l'estate non è stato eseguito da parte dell'ufficio acque della Provincia il consueto sfalcio. E già il fatto che questo intervento sia sempre stato fatto dovrebbe essere segno chiaro sull'intenzione di controllare la natura e quindi far coabitare i diversi usi del lago. Le modificazioni della fauna ittica se non sono del tutto naturali vanno addebitate a poco rispettose semine fatte in passato, più che all'operato della Provincia».
Sarebbe un falso problema anche quello del traliccio della Tim: la struttura si trova non solo distante dal lago ma anche ben nascosta dagli alberi. Detto questo, tuttavia, lo stesso Manica ammette che il regime di tutela ora potrebbe essere modificato: «Il biotopo dev'essere letto come un'opportunità per tutelare l'area, ritarandolo sulle specificità della zona - osserva - Si possono ripensare i vincoli esistenti ma non ridurre le aree di tutela, consci che la forte antropizzazione obbligherà comunque a dei compromessi sia l'ufficio biotopi che gli abitanti e consci che per Cei è venuta l'ora, dopo l'impatto del riordino e degli investimenti realizzati (al riguardo l'assessore ricorda, tra gli altri, impianto fognario e acquedotto, percorsi di visita e squadra stabile di manutenzione, ndr) di effettuare quel lavoro di limatura degli interventi e delle norme necessario per semplificare l'abitazione della zona che negli ultimi anni ha visto un positivo riflusso che non si può sprecare anche in funzione del suo ruolo di manutenzione della montagna».

 

Dallo stabilimento nuovo della ditta Manica ieri sera si è verificato uno sversamento di verderame che è finito nelle acque dell'Adige. (f. Fiorini)
 
I vigili dei fuoco impegnati per ore ad aspirare dall'acqua le chiazze della sostanza uscita dalla vasca di contenimento
Incidente alla Manica: l'Adige diventa blu
L'ingente sversamento di verderame non dovrebbe danneggiare il fiume
Una decina i pompieri al lavoro sulle sponde Il titolare: «Non capisco cosa sia successo»

di Chiara Zomer

ROVERETO. Erano più o meno le 18.30 quando è stato lanciato l'allarme: da piazza Filzi, a Sacco, si vedeva l'Adige di un blù che tirava più al chimico che al naturale. Era verderame. Uno sversamento della vicina ditta Manica Spa che, fortunatamente, non ha causato danni ambientali. Tanto che, a quanto pare, neppure i pesci ne hanno risentito.
Una volta accorsi sul posto ai vigili del fuoco - una decina di uomini impegnati per oltre due ore - non è servito molto per capire le cause di quanto accaduto e quindi per dirigersi alla ditta Manica. Dopo aver fatto i prelievi, è cominciata l'operazione di bonifica. Partendo dall'Adige, appunto: se infatti parte del verderame fuoriuscito si era ormai disperso nell'acqua, rimanevano ancora, all'altezza della ditta chimica, delle evidenti chiazze di solfato di rame. Aspirate quelle - operazione che ha richiesto oltre un'ora di lavoro - i pompieri si sono concentrati sull'interno della ditta, dove rimanevano tracce di sostanza vicino alla vasca di contenimento. Solo verso le 21 l'incidente è stato considerato chiuso. In attesa di capire - anche sentendo gli operai di turno al momento del fatto - cosa è accaduto.
Ieri sera infatti tutti gli sforzi erano tesi a limitare le conseguenze, il tempo per verificarne i motivi che hanno portato allo sversamento non c'era. Anche se tra le ipotesi azzardate pare che la più probabile sia quella di un errore umano, nel qual caso qualcuno dovrà dare spiegazoni.
In primo luogo ai titolari della ditta che, ieri sera, erano sconcertati: «Non capisco cosa possa essere accaduto, è tutto a norma, ci sono precise procedure perché non succeda», ripeteva Enmilio Manica. Quando è arrivato in ditta, verso le 20.30 è trasecolato. Lui non sapeva nulla, era stato impegnato altrove. Ma neppure dopo un breve dialogo col fratello Paolo, e col direttore alla produzione, le risposte sono arrivate: «Si deve aspettare. Per ora la cosa più probabile è che si sia trattato di uno sversamento della linea di produzione del solfato di rame. Ma è il perché sia avvenuto che non si spiega. Abbiamo un'apposita vasca di contenimento, realizzata proprio per impedire che eventuali fuoriuscite provochino uno sversamento». Ed in effetti è proprio dalla vasca in questione che è uscito il verderame finito nell'Adige. Creando, fortunatamente, pochi danni. Neppure i pesci sembrano averne risentito: dai primi accertamenti non sono infatti stati trovati esemplari morti. E neppure il verderame che, ormai disperso nell'acqua, non è stato aspirato, dovrebbe provocare danni.
 
 

 

Ala, scoppia una cisterna melassa e alcol nell'Adige.
 

ALA. Un boato e una cisterna da mille metri cubi è esplosa e si è piegata su sé stessa. Così 8 mila ettolitri di melassa e alcol etilico delle distillerie Cipriani di Ala sono finiti nel rio Sorne e nell'Adige. E mentre i pompieri cercavano di arginare il danno, venivano evacuate le abitazioni che si trovavano nel raggio di 200 metri fra le quali anche l'asilo nido.
Se lunedì sera l'Adige era blu per il verderame della Manica di Sacco, ieri il fiume era vinaccia per la melassa fuoriuscita dalle cisterne delle distillerie Cipriani di Ala. Un nuovo inquinamento, dunque, ai danni dal corso d'acqua anche se i «suoi» pesci non dovrebbero averne risentito. Pesci che, invece, sono stati uccisi dalla mancanza di ossigeno nel vicino Rio Sorne. A barbi, cavedani e alle poche trote che abitano nel torrente la fermentazione della melassa ha sottratto l'ossigeno disciolto: nei campioni prelevati era a quota zero contro il 10 dell'acqua dell'Adige.
Ma andiamo per ordine. Non erano nemmeno le tre di ieri e alle distillerie i 25 dipendenti erano al lavoro. Improvvisamente un boato ha squarciato il silenzio: una delle tre cisterne, quella con la melassa, si era piegata su se stessa. Un'implosione che ha provocato un cedimento di una costruzione sottostante in mattoni che, effetto domino, hanno rotto una tubatura della vicina cisterna piena di alcol etilico che, assieme alla melassa, si è disperso prima nel piazzale interno e poi nel rio Sorne, per arrivare infine nell'Adige. Immediato l'allarme e a Chizzola sono arrivati una cinquantina fra vigili del fuoco permanenti e volontari (da Ala, Mori, Brentonico, Avio) e personale del nucleo speciale chimico. La preoccupazione non era tanto per gli 8 mila ettolitri di melassa di barbietole rosse ma per quel quantitativo indefinito di alcol etilico. Il rischio era un rischio esplosione. Mentre i pompieri si organizzavano, i carabinieri si occupavano della viabilità e i volontari della Stella d'Oro si preparavano a qualsiasi evenienza, la polizia girava per le vie di Chizzola ordinando a quanti si trovavano nel raggio di 200 metri di allontanarsi. Fra questi anche i bambini dell'asilo nido che sono tornati a casa in anticipo. Intanto nel piazzale della fabbrica era arrivato anche l'assessore Romani e la sindaco Giuliana Tomasoni, alle prese con la sua prima emergenza. Tutti erano preoccupati: le notizie erano poche e il pericolo di un inquinamento massiccio dell'acqua e di un'esplosione sembrava probabile. Poi i risultati dei primi prelievi dell'Agenzia per l'ambiente hanno avuto l'effetto di un tranquillante. Nell'Adige i pesci non hanno risentito della melassa e dell'alcol anche perché, con la diga di Mori aperta, il movimento dell'acqua ha agevolato il ricambio dell'ossigeno. Situazione opposta nel rio Sorne. Intanto con dei sacchetti di sabbia i pompieri tentavano di interrompere il flusso di melassa e alcol verso il torrente mentre i colleghi, con le bombole d'ossigeno e aiutati da un grande ventilatore che spostava l'area ad alta concentrazione alcolica, intervenivano sulle cisterne di alcol etilico travasandolo in contenitori sicuri. I danni economici non sono stati quantificati ma sono ingenti anche perché la lavorazione nelle distillerie dovrà fermarsi. Fino ad ora non c'è nessuna denuncia ma prossimamente il sotituto procuratore Biasia ordinerà un accertamento per capire le ragioni dell'incidente.


Siccità e veleni: un anno nero

Da maggio i pescatori sono in prima linea



ROVERETO. Nel rio Sorne la presenza di trote non è massiccia, ma di pesce bianco (cavedani e barbi) ce n'era parecchio. Qualsiasi animale acquatico ci fosse, comunque, è morto. E il personale della Associazione pescatori Vallagarina (guardiapesca e volontari) non ha potuto fare nulla per evitarlo. Ma è solo l'ultima goccia, l'ennesimo atto di una stagione disastrosa. Da maggio ad oggi per ben 26 volte l'Apdv ha dovuto intervenire su emergenze legate a carenze idriche sui torrenti della Vallagarina. Ogni volta recuperando pesci e trasportandoli, spesso a spalle, in tratti più ricchi d'acqua o fino all'Adige. Adesso la stessa cosa faranno col canale Biffis, svuotato per l'ennesimo intervento di manutenzione. Poi ci sono gli inquinamenti: tre giorni fa alla Manica, a Sacco, l'altro ieri a Chizzola. Casi vistosi, ma gli interventi su piccoli sversamenti, quasi sempre senza «mittente», sono decine in una stagione. «Non ce la facciamo più - dice amaro il presidente Bettinazzi - siamo in prima linea da mesi, su emergenze delle quali almeno dal punto di vista della salvaguardia dei pesci ci muoviamo solo noi. E in un'annata come questa rincorrere le emergenze assorbe la gran parte delle energie fisiche e nervose dell'Associazione. Per attività che sono nostre solo di riflesso, semplicemente perchè nessun altro se ne preoccupa. A monte della ricchezza di vita dei nostri corsi d'acqua c'è un lavoro pesantissimo, ma una stagione come questa rischia di vanificare tutto. Lavoro e risorse buttati. In ambienti naturali che l'Italia ci invidia ma che in Trentino non sappiamo tutelare affatto».


 

L'Adige ancora «invaso» da melassa e alcol
Dopo l'incidente e l'allarme esplosione alla Cipriani chiusi anche ieri l'asilo e il nido
L'ALLARME AMBIENTALE


di Mara Deimichei

ALA. Nonostante le ore di lavoro, nonostante lo sbarramento di sabbia, la mistura di melassa e alcol continua ad inquinare il Rio Sorne e quindi l'Adige. E anche ieri i bambini dell'asilo nido e della materna non sono andati a scuola. Il pericolo di esplosione dopo l'incidente nel cortile delle distillerie Cipriani di Chizzola di Ala non è ancora scongiurato.
Fino ad ieri sera i vigili del fuoco erano al lavoro per cercare di ridurre al massimo i danni. Da una parte hanno continuato a «succhiare» l'alcol etilico contenuto nella cisterna danneggiata dall'esplosione del serbatoio vicino, pieno di melassa, per trasferirlo in contenitori sicuri all'interno della ditta. Dall'altra hanno cercato di togliere quanta più mistura possibile dal piazzale interno: ieri mattina il livello di melassa e alcol era arrivato a quota cinquanta centimetri. La loro è una lotta contro il tempo. Dalla cisterna implosa improvvisamente martedì pomeriggio, la melassa continua ad uscire e le barriere erette con sacchetti pieni di terra nella zona sud della fabbrica servono a poco. Il loro «compito» dovrebbe essere quello di bloccare l'avanzata della mistura verso il Rio Sorne. «Purtroppo - spiega l'assessore alense Ilario Cavagna - la melassa e l'alcol non si fermano: penetrano nel terreno bypassando la barriera e riescono comunque ad arrivare in acqua», Così anche ieri nel piccolo torrente che scende dall'altipiano di Brentonico erano visibili delle chiazze solide di melassa mentre l'Adige aveva ancora il colore vinaccia di martedì pomeriggio. E questo significa ancora pesci morti, almeno nel Rio Sorne. Anche se il pericolo esplosione sembra oramai scongiurato, ieri i bambini che frequentano l'asilo nido e la scuola materna di Serravalle sono rimasti a casa. «Alle 7 - spiega ancora Cavagna - ho incontrato il presidente della struttura e insieme abbiamo deciso che era meglio tenere i piccoli lontani dalla scuola (dista circa 300 metri dalla Cipriani, ndr). Così, insieme alle maestre abbiamo telefonato ai genitori spiegando loro la situazione».
Resta ancora da chiarire cosa abbia fatto improvvisamente scoppiare una cisterna che ha riversato prima nel piazzale e poi nelle acque 8 mila ettolitri di melassa mista ad alcol etilico. Ancora da quantificare anche il danno economico per la distilleria Cipriani dove ora è bloccata ogni attività produttiva.


La Provincia impone all'Enel di aprire di più le paratie di Mori e Ala
L'Adige ritorna un fiume
Rilasci d'acqua triplicati dall'1 novembre
Una svolta radicale per la riproduzione naturale in alveo di marmorate e temoli


ROVERETO. La notizia era attesa dall'estate scorsa, ora finalmente c'è una data: dal primo novembre partirà la seconda fase della sperimentazioen concordata da Ministero dell'Ambiente e Provincia di Trento, triplicando (in media) il volume di acqua che gli sbarramenti Enel di Mori e Ala saranno obbligati a rilasciare nell'Adige. In pratica significa dimenticare l'immagine dell'Adige ridotto a torrentone del piano per ritrovare un fiume. Anche se non nelle proprie dimensioni originarie, ma comunque con portate almeno ragionevoli per l'alveo che si ritrova.
Ormai 4 anni fa fu approvata la nuova normativa in materia di rilasci che imponeva la permanenza sempre e comunque negli alvei di almeno 2 litri d'acqua al secondo per ogni chilometro quadrato di bacino imbrifero sotteso. Ma a conti fatti, si scoprì che in Adige il rilascio minimo da parte degli sbarramenti Enel di Ala e Mori sarebbe stato talmente elevato da rendere improduttiva l'attività. E soprattutto, a detta degli esperti della Provincia, da eccedere le reali esigenze del fiume sia dal punto di vista della sua autodepurazione che da quello della vita animale che sostiene. Quindi si arrivò ad un accordo. Dal metro cubo che veniva rilasciato allora (e l'Adige a valle di Mori era ridotto a una serie di pozze discontinue o quasi) si passò in via sperimentale a 4 metri cubi. Con l'intesa che la quota sarebbe stata aumentata dopo un periodo di analisi degli effetti. Quella fase è arrivata. Dal primo novembre - è la richiesta della Provincia all'Enel, ma dovrebbe essere una richiesta non trattabile - parte la nuova fase. Nei mesi di gennaio e febbraio almeno 10 metri cubi al secondo; in marzo e aprile 12; 14 a maggio, giugno, luglio e agosto; 12 a settembre, ottobre, novembre e dicembre. In pratica significa triplicare l'acqua che scorre nell' alveo nei periodi di secca. Con effetti che dovrebbero essere vistosi soprattutto nel periodo invernale (alle nostre latitudini, tradizionalmente il più povero di acque nel fiume) che coincide con la fase riproduttiva sia della trota marmorata che del temolo: i due salmonidi che costituiscono la popolazione di maggiore pregio del principale corso d'acqua del Trentino. Ovviamente triplicare i rilasci non significa far alzare più di tanto il livello del fiume: aumenterà la velocità dell'acqua che tornerà ad invadere parti, in secca da anni, di quei ghiaioni che costituiscono la caratteristica più tipica di un fiume di fondovalle. Quindi aumento di superficie e velocità più che della profondità. Che ragionando in termini di ecosistema acquatico, vuol dire aumento importante della produttività (legata alla superficie allagata e all'ossigeno disponibile) e restituzione ai pesci dei loro naturali luoghi di riproduzione.
La Provincia prescrive che l'adeguamento avvenga in modo graduale nell'arco di 24 ore, e si riserva di verificare, sia in diga che in alveo, che i 12 metri cubi al secondo siano rilasciati davvero.


Le due cascate artificiali sono state sostituite da «scivoli scabri» in pietra
Il Leno a briglie sciolte
I residenti di Ca' Bianca temono l'erosione
Il direttore lavori rassicura: per l'idraulica le rampe di massi sono altrettanto efficaci


ROVERETO. Alla Ca' Bianca non abitano in molti. Ma dormono preoccupati. Le rampe di massi, ancorati tra loro con cordini metallici, con le quali la Provinci ha sostituito due vecchie briglie, a detta dei residenti, sarebbero tutt'altro che sicure. Perchè le briglie diminuendo la velocità dell'acqua favoriscono l'accumulo di materiali; gli scivoli aumentandola accelerano l'erosione. E il paese, in sinistra orografica del Leno di Terragnolo, dicono poggi su un costone ghiaioso. Il Leno «liberato», dicono, potrebbe minarlo alla base compromettendone in tempi medi la stabilità.
E' una ipotesi che all'ufficio Bacini Montani considerano poco più di una provocazione. «In realtà - spiega il direttore dei lavori Roberto Coali - non è cambiato assolutamente nulla. Sotto il ponte c'erano due briglie costruite negli anni Trenta e risistemate negli anni Cinquanta. Da allora in poi nessuno ci aveva più messo mano. Una delle due risultava gravemente lesionata ed entrambe erano sottoscavate dall'acqua: a valle della cascatella si erano formate buche profonde 3 metri. Quindi una situazione di oggettivo pericolo: il cedimento delle briglie era tutt'altro che da escludere. In quel tratto di fiume briglie ce ne sono parecchie, ma tutte le altre sono in condizioni almeno discrete, grazie ad interventi di sistemazione di epoca non recentissima ma ancora efficaci. Le due sotto il ponte andavano per forza demolite. Certo, si poteva ricostruirle, ma ormai da 5 o 6 anni dove possibile di tende a sostituire le briglie con scivoloni scabri di massi cementati o legati. Hanno lo stesso effetto nel rallentare l'acqua e non costituiscono una barriera insormontabile al movimento degli animali acquatici. Inoltre restituiscono, già alla prima piena e con l'arrivo di materiale di riporto, un'immagine molto più naturale rispetto ai manufatti di pietra e cemento precedenti. Capisco che l'impatto emotivo su chi è abituato a vedere una sistemazione di tipo tradizionale possa anche essere forte. Come so delle perplessità dei pescatori: nelle buche sotto le cascatelle qualche trota si ferma sempre e loro sono abituati a cercarle lì. Ma queste a scivolo sono soluzioni idrauliche relativamente nuove da noi, ma che hanno già dato ottima prova nel nord Europa. Migliorano le condizioni ambientali del corso d'acqua e sono perfettamente efficaci anche dal punto di vista idraulico: è la scabrosità delle rampe di massi che frena l'acqua. In modo diverso ma con lo stesso effetto di una briglia. Comunque sia, terremo monitorata costantemente la situazione, verificando come reagiranno alle piene. E non va dimenticato che non sono le uniche opere di protezione del versante: ci sono dei solidi argini, addirittura dei tratti di secondo argine a protezione dei punti più delicati realizzati in passato dopo piene disastrose. Insomma, se posso capire il rimpianto per l'iconografia cui si era abituati, le preoccupazioni mi sembrano del tutto fuori luogo».
Il lavoro è costato circa 30.000 euro ed è durato meno di un mese: un paio di operai ed una ruspa, con la momentanea deviazione delle acque. Nulla di complicato. Il costo è determinato in massima parte dalla materia prima: i massi usati per lo scivolo vengono da altrove, per «non impoverire l'alveo del torrente di nessun tipo di materiale».


 

Due assegni staccati spontaneamente per sostenere le attività di ripopolamento mirato e tutela della fauna dell'Adige
Cipriani e Manica: 1500 euro per il fiume
Hanno risarcito i pescatori per i due inquinamenti di settembre


ROVERETO. E' possibile quantificare il danno inflitto all' ambiente da un inquinamento? Quanto «costa» un pesce nato e cresciuto in un fiume, nel quale si sarebbe riprodotto perpetuando i cromosomi risultati vincenti in secoli di selezione naturale proprio in quel fiume? E, ancora più difficile, quanto si possono pagare insetti e invertebrati assortiti? Manica spa e Distillerie Cipriani hanno evitato di fare calcoli. Ma hanno deciso spontaneamente di risarcire, ed è una novità straordinaria.
Il 29 settembre l'episodio a Borgo Sacco. Per un banale (e proprio per questo praticamente imprevedibile) errore umano, da un vascone di decantazione la soluzione acquosa di verderame era finita nel fiume. Il 30 settembre il ben più vistoso caso di Chizzola: un silos contenente melassa in fermentazione era collassato, travolgendo e facendo a pezzi anche condotti di alcol etilico. Dal piazzale una marea vischiosa ma incontenibile di alcol e melassa (8.000 ettolitri la stima a caldo) si era riversata nel rio Sorne e da lì nell'Adige. In entrambi i casi difficile quantificare l'impatto sull'ecosistema del fiume come anche la quantità di pesci morti: il più evidente effetto (anche se non il peggiore) di un avvelenamento idrico.
All'indomani di quei due episodi, che li avevano visti in prima linea nel tentare di contenere gli effetti degli sversamenti ormai avvenuti, i responsabili della Associazione pescatori dilettanti Vallagarina sono stati contattati dalle due ditte. Forse è stato proprio vedere prodigarsi guardapesca e volontari in un lavoro formalmente tutt'altro che loro, a far comprendere agli imprenditori che un fiume è qualcosa di vivo e che merita rispetto. E che se il denaro non può cancellare aggressioni (sia pure involontarie: entrambe le ditte hanno perso materie prime, non è che si siano liberate di rifiuti delicati da gestire) che hanno ripercussioni inevitabili e difficili da prevedere su un ecosistema delicato e fragile, può almeno servire come segno concreto di attenzione e solidarietà con l'ambiente involontariamente colpito e con chi se ne prende quotidianamente cura.
Entrambe le aziende hanno quindi manifestato la loro disponibilità a versare una quota a titolo di sostegno e anche simbolica condivisione del danno provocato. Lasciando alla Apdv il compito di scegliere come meglio spendere quei soldi. Non è un vero e proprio risarcimento - per il quale non si potrebbe prescindere da un calcolo almeno ipotetico ma scientificamente fondato del danno provocato - ma nemmeno un «regalo». Semplicemente gli imprenditori hanno ritenuto di muoversi spontaneamente, prima e al di là di eventuali azioni legali da parte dei pescatori. E l'Apdv ha ritenuto che in chiave futura un segnale di nuova sensibilità come questo valesse più di qualsiasi battaglia in tribunale. E' stata quindi fissata una quota più o meno simbolica: 750 euro. Indicata ad entrambe le ditte, anche se oggettivamente diversi sia nelle dimensioni che nei probabili effetti erano stati i due episodi di inquinamento. E sia la Manica Spa che la Distillerie Cipriani hanno aderito con convinzione. Pagheranno. Con quei soldi la Apdv deciderà poi quale dei propri progetti sostenere, sia pure parzialmente. E in effetti di possibilità di scelta ne ha parecchie. Negli anni ha dedicato risorse importantissime ad impianti - l'incubatoio, la pescicoltura - che puntano con la riproduzione artificiale (si potrebbe dire «assistita») utilizzando riproduttori prelevati dai corsi d'acqua locali, a sostenere e rilanciare le popolazioni indigene di trote messe a dura prova dalla cementificazione degli alvei, dalla drastica riduzione delle portate e dagli inquinamenti. Risultati importantissimi si sono già visti col ritorno in massa della marmorata, fino a pochi anni fa considerata in via di estinzione. Di più ancora si vedrà nei prossimi anni, quando entreranno a regime la pescicoltura e il nuovo incubatoio a San Colombano. Insomma, quei soldi, ovunque siano spesi, saranno spesi bene. E in un'epoca in cui di regola chi ti riga la macchina parcheggiando da un'occhiata in giro e poi fila, vedere una volta tanto che chi rompe si preoccupa di contribuire ad aggiustare è un segnale incoraggiante.



Pescatori: anno memorabile
Pescicoltura e incubatoio sono diventati una realtà
ASSOCIAZIONI Alla Filarmonica l'assemblea annuale


ROVERETO. Probabilmente la massa dei mille e rotti pescatori della Vallagarina non se ne rende nemmeno conto. Ma con l'assemblea di domenica, convocata per le 8,30 alla Filarmonica, l'Associazione pescatori chiude una annata straordinaria. Non solo e non tanto per i risultati sul fiume (anche se un ritorno di pescosità dell'Adige, dopo anni condizionati da condizioni atmosferiche avverse, c'è stato) ma perchè segna il

L'inaugurazione della pescicoltura: ora entra in produzione

 raggiungimento di un paio di traguardi che si possono definire eccezionali senza esagerare affatto. Dopo anni di lavori, entra a regime la pescicoltura per la marmorata. Già l'anno scorso, in aticipo sulle tabelle, le fattrici cresciute in cattività avevano dato qualche migliaio di uova. Quest'anno saranno decine di migliaia. Significa decine di migliaia di avannotti che arriveranno tra pochi mesi a rinforzare la popolazione del più imponente salmonide italiano. Un contributo determinante per farlo tornare dominante, nel giro di pochi anni, nei corsi d'acqua del fondovalle. Strappandolo definitivamente al rischio di estinzione.
Ma il 2003 è stato anche l'anno del rinnovo radicale dell'incubatoio di S.Colombano. Dove grazie ad una sorgente di grandissima qualità, sarà avviato anche un progetto di massiccia riproduzione di trota fario autoctona, da destinare ai corsi d'acqua minore. Nel complesso, in pochi anni l'Apdv sarà in grado di gestire i ripopolamenti in totale autonomia e con materiale perfetto dal punto di vista sia genetico che sanitario. Operando un'azione di valore anche ambientale straordinario. Non solo più pesci, ma pesci migliori.
Infine sarà anche l'anno del lancio della rivista autonoma della Apdv: lo strumento che l'associazione ha voluto darsi per far conoscere, in Vallagarina ma anche in tutta Italia, il lavoro che compie e i risultati a cui porta.

 


Pesca, estesa l'area «no kill»
Dal ponte forbato all'Adige le prede vanno rilasciate
ASSEMBLEA APDV Un centinaio i soci ieri in Filarmonica


ROVERETO. L'idea era nell'aria da tempo e ieri, all'assemblea annuale dell'Associazione pescatori della

Il direttivo dell'Associazione pescatori ieri alla Filarmonica (f. Festi)

 Vallagarina, è divenuta realtà in virtù della schiacciante maggioranza di voti a favore: su un centinaio di pescatori riuniti alla sala Filarmonica oltre ottanta i sì, solo tre i voti contrari. Così l'intero tratto del Leno compreso tra il ponte forbato di via S.Maria alla confluenza con l'Adige è diventata area "no kill", ossia è ammessa alla pesca ma solo con il rilascio in acqua delle prede vive (in precedenza l'area arrivava solo fino al ponte della ferrovia). Una proposta formulata dal direttivo del presidente Roberto Bettinazzi, che intende da un lato salvaguardare l'immagine stessa dei pescatori (non dà una bella impressione della categoria, specie in anni di riflusso filoanimalista, mostrarsi ad amanti del jogging e ai molti cicloturisti o semplici amanti delle passeggiate mentre si ammazza dei pesci) e dall'altro tutelare la riproduzione della trota marmorata, che risale il torrente per deporre le uova, in perfetta coerenza con l'impegno dell'Associazione per il ripopolamento delle acque nostrane.
La deliberzione dell'assemblea scontenterà probabilmente i pescatori roveretani "doc", abituati a frequentare il greto del Leno di giorno per dedicarsi al barbecue alla sera con una bella grigliata mista. Non è difficile, anzi, prevedere che i pescatori locali diserteranno il tratto cittadino torrente. Saranno invece soddisfatti i molti pescatori da fuori provincia (circa un migliaio ogni anno, da ogni parte d'Italia. Tra loro c'è anche l'attore Antonio Albanese, un aficionado della Vallagarina), che scelgono la nostra zona per il puro gusto di pescare. Per loro liberare la trota appena pescata non è un sacrificio, ciò che interessa soprattutto è la cattura.
All'assemblea di ieri mattina è stata anche presentata la nuova rivista dell'Associazione, "Le nostre acque", con che verrà spedita a tutti gli iscritti, oltre un migliaio, che promuoverà e farà conoscere l'attività dell'Apdv.
Approvati anche i bilanci, consuntivo e preventivo, e presentato il rinnovato incubatoio di San Colombano, un impianto che, al massimo delle sue potenzialità, può ospitare fino a 500 mila (!) avannotti l'anno, anche il suo impiego a pieno regime è ancora lontano. (gil)


 

Costernato il titolare: «Non ci voleva proprio, ma abbiamo recuperato tutto, gli allarmi hanno funzionato bene»
Alla Manica di Sacco un altro sversamento nell'Adige

gil

ROVERETO. L'allarme è scattato quando un passante ha notato una vistosa chiazza azzurra nell'Adige, larga un metro quadrato o poco più, in corrispondenza degli scarichi della ditta Manica, a Borgo Sacco. Un'altra volta, la terza nel giro di pochi mesi. Ma stavolta l'entità dello sversamento è limitatissima. «In tutto un secchio di verderame, che siamo riusciti recuperare pressochè interamente e riutilizzare nella produzione». E' costernato il titolare Paolo Manica. Che spiega: «Qui non è nemmeno un errore umano, ma un evento imprevedibile. Un operaio stava aspirando del solfato di rame liquido con un tubo collegato ad una pompa e ad un certo punto, forse per una differenza di pressione, forse per un collegamento approssimativo, il tubo si è staccato dalla pompa. Il liquido è finito sul pavimento e di qui proprio nell'intercapedine di un pozzetto, dove di solito finisce l'acqua piovana. Il nostro sistema d'allarme automatico ha funzionato, la pompa si è fermata subito. Lo scarto tra allarme e blocco delle macchine ha però lasciato uscire una modestissima quantità di solfato».
L'intervento dei vigili del fuoco e di una ditta specializzata ha permesso di recuperare tutta la sostanza in acqua. Nessun danno per la fauna ittica, anche per la tipologia della sostanza stessa: il verderame è utilizzato di routine per la ripulitura delle vasche delle pescicolture dalle alghe. Male ai pesci, insomma, non fa. Inoltre questa circostanza è servita per testare le sicurezze della fabbrica: appena l'acqua di scarico ha cambiato traslucenza per via del solfato, i sensori hannor eagito, spegnendo tutto.


 

 

Quando il fiume si tinge d’azzurro

Ancora una volta i vigili del fuoco di Rovereto sono dovuti intervenire a Borgo Sacco per lo sversamento di liquido all’altezza del ponte che conduce a Cornalè. L’allarme è scattato attorno alle 8.30 di ieri mattina. Nel fiume stava finendo un liquido azzurro chiaro, scaricato da una conduttura in cemento posta un centinaio di metri a monte del ponte.Sul posto sono arrivati i vigili del fuoco che non hanno potuto far molto, se non valutare la situazione e segnalarla alla polizia municipale che ha provveduto ad effettuare i prelievi di rito per le analisi chimiche. In quella zona i vigili del fuoco sono già dovuti intervenire tre  volte negli ultimi mesi. Gli scarichi con tutta probabilità  giungono dall’adiacente stabilimento "Manica", nonostante le misure di sicurezza messe in opera di recente dallo stabilimento che produce verderame e concimi. Le sostanze immesse nel fiume non dovrebbero avere elevata tossicità per la fauna ittica, anche se certo non contribuiranno alla salute del fiume. Lo sversamento è durato fortunatamente pochi minuti e già attorno alle 10 non c’era traccia di liquidi estranei (almeno visibili in superficie) nelle acque del fiume.



 

Claudio Civettini ironizza, ma è allarmato per le fuoriuscite della Manica nel fiume
«Con gli sversamenti l'Adige diventa blu»



ROVERETO. Non è un segreto che Claudio Civettini vorrebbe la Manica posizionata ben lontano dalle abitazioni di Sacco. E ad ogni incidente, ad ogni sversamento nell'Adige di sostanze di lavorazione lui è pronto a ricordarlo. «Non c'è due senza tre! - scrive il consigliere di Alleanza nazionale - Capita! Ma questa volta scopriamo che il "verderame" è un toccasana per i pesci dell'Adige! Ben vengano dunque gli sversamenti e definiamo gli incidenti stessi un'opera meritoria per la salute del fiume. Anzi, perché non pubblicizzare che il fiume è beneficamente salvaguardato da questa manna in modo gratuito e con il massimo del volontariato possibile? E poi - dopo tanto - si tinge d'azzurro, come le acque degli oceani e questo ci fa sognare! Che sia tutto programmato in collaborazione di qualche branchia speciale dell'Apt per rendere azzurre le acque del nostro amato Adige? Ma allora che ci sia detto e non ci si allarmi, lasciando i pompieri a fare altre cose! Ci si metta d'accordo con l'associazione pescatori per rendere ciclici questi sversamenti. A che cosa servono poi le richieste di centraline che rassicurino i residenti sulla certa salubrità delle acque e dell'aria? Lasciamo che tutto si sfoghi liberamente, poiché tutto intorno diventerà lindo, vivibile, verde, azzurro e perché no, anche tutto più simpatico, in modo gratuito e con le certezze che ci saranno garantite e certificate direttamente dalla fabbrica».


A.P.D.V. - Associazione Pescatori Dilettanti Vallagarina