Un pesce alla volta: il temolo

di Nicola Di Biase*

(pubblicato sulla nostra Rivista “Le nostre acque” numero 1 del 2004)

Diversi anni fa, quando nacque l’idea di costituire il sodalizio Thymallus, uno degli scopi dichiarati dell’ Associazione era quello di indagare nella genetica di due tipologie di temolo: quelli che allora chiamavamo semplicemente “rosso” e “blu”.

Chi pesca temoli da moltissimi anni , in ogni dove del nord Italia, dal Friuli all’estremo ovest di Cuneo, avrà notato delle  caratteristiche che ai più “vecchi” pescatori risultavano salienti negli animali che storicamente si catturavano nei nostri fiumi.

  I temoli “di una volta”, quelli che si catturavano nella maggioranza dei nostri corsi d’acqua, avevano la caudale di una colorazione tendente ad un forte blu elettrico, le pinne giallo dorato, una colorazione di massima tendente al grigio scuro azzurrato, colorazione della dorsale con striature prevalentemente blu, dimensioni medie piuttosto ridotte   (un bel temolo raggiungeva i 38 cm, quelli che superavano i 40 cm erano comunque abbastanza “rari”) la forma era spesso, negli animali di grosse dimensioni , “incurvata”, da qui il termine “gobbone” tipica delle sponde del Ticino e del Sesia in un recente passato.

  In molti corsi d’acqua comparvero a cavallo tra gli anni 80 e 90 degli animali con caratteristiche di livrea diverse. Più grossi nelle dimensioni  raggiungibili “normalmente”, con colorazione generale marrone-rossastra, pinne rossastre quasi rosso scuro, la presenza di una grossa macchia rossa (color rosso “vinaccia”) sui fianchi, due macchie puntiformi sotto gli opercoli branchiali (non sempre presenti), colorazione della dorsale prevalentemente cremisi, con tracce di blu elettrico. Le prime comparse furono in Valtellina, poi nell’ Adige, e via via in molti altri corsi d’acqua dove  si andavano seminando temoli per ricostituire gli stock là dove il pesce era venuto a mancare per diverse ragioni.

Vediamo in sintesi cosa era accaduto per meglio inquadrare la vicenda che è, oltre che significativa, ricca di insegnamenti e ammonimenti per il futuro.

Tutti ben sappiamo quali danni hanno subito i nostri corsi d’acqua negli anni 60 e 70. La industrializzazione rapidissima del Paese ha portato a delle politiche energetiche rivolte alla costruzione di dighe quasi ovunque sull’arco alpino, lo sviluppo rapido e con poche regole di insediamenti industriali ha portato a intensi e ripetuti fenomeni di inquinamento industriale, ma non solo, come sappiamo.

Fare una cronaca delle cause che hanno rarefatto il temolo richiederebbe un lavoro dedicato, tante sono.

Basti qui dire che  in molti corsi d’acqua alla metà degli anni 70 e all’inizio degli anni 80 il temolo era praticamente scomparso o comunque talmente ridotto di numero o con popolazioni talmente isolate da non potersi ripresentare come specie presente nei tratti vocazionali.

  Sulla spinta dei pescatori di molte valli alpine o su iniziativa univoca di Associazioni di pesca, il temolo è stato reintrodotto là dove lo si dava per scomparso o rarefatto. Il passaggio della immissione vede l’obbligatorietà dell’acquisto di animali provenienti da bacini d’oltralpe,  Slovenia o Austria per eccellenza, non essendoci in Italia nessun tipo di “allevamento “ di temolo tanto meno su vasta scala (unico esperimento riuscito fu quello della Valtellina con il Dr Bianchi della Fips, negli anni 70 in Val Fontana, esperimento di ridotta portata e terminato a causa di un evento alluvionale che distrusse l’incubatoio sul Rio Fontana).

Un temoletto di immissione non porta evidenti segni di una livrea diversa da quella del suo cugino italico, e nessuno ebbe modo di avvedersi delle differenze pur cromatiche dei pesci che si stavano immettendo. Ma in realtà nessuno si curò di vedere tali diversità.

Anche se fosse successo probabilmente poco sarebbe cambiato.

Io ricordo bene come alla fine degli anni 80 un vecchio pescatore di temoli dell’Adige mi fece notare come i “suoi temoli ”di un tempo  fossero diversi da quelli che stavamo pescando insieme, sul fiume.

Personalmente da frequentatore dei bacini piemontesi, dove storicamente non si fecero immissioni per moltissimi anni a seguire, avevo potuto vedere gli stessi pesci, con le stesse caratteristiche di livrea, in Valtellina, soprattutto dopo gli eventi dell’87 che ridussero drasticamente di numero le presenze dei temoli, anche se già in precedenza quei “curiosi” temoli “rossi” mi erano capitati tra le mani sull’Adda. Le uscite di pesca in Slovenia e Austria consolidavano l’idea che i temoli presi su quei fiumi adesso stavano popolando i nostri, attraverso le immissioni.

  Sono molti i corsi d’acqua che hanno conosciuto immissioni di tale fatta, potremmo dire che gli unici esenti furono alcuni fiumi piemontesi anche se in tratti dello Stura di Lanzo, ad esempio, furono operate introduzioni, e non è escluso che altri fiumi  abbiano conosciuto lo stesso fenomeno, una precisa mappatura risulta impossibile. Il dr Sabbadini nel bellissimo libro inglese Grayling The Fourth Game Fish del 1989  di Ronald Broughton (Presidente della Grayling Society)  delineò alcune caratteristiche che differenziavano le “due tipologie di animale”. Da pag 190 a pag 194 sono trattate, per la prima volta, le caratteristiche che differenziavano i due ceppi di timallidi in modo chiaro e preciso.

Il nostro esimio Socio Thymallus definiva nel bellissimo libro di Broughton il temolo “blu” temolo Adriatico (del bacino Adriatico), e temolo “dei balcani” il secondo. Il capitolo era corredato da una bella foto, purtroppo in bianco e nero, che metteva a confronto i due animali visivamente. Peccato che la cosa fosse un poco “relegata” a quel bellissimo libro in inglese e che in Italia non se ne parlasse.

Il sottoscritto, già incuriosito non poco dalle osservazioni sul posto e ancor di più dal bel libro di Broughton,  approfondì la materia  con Sabbadini già nel 1993 e con Graia (serissima società di studi ambientali e ittiologici) nel 1996, chiedendo che si facesse una indagine genetica per svelare se ci trovavamo in presenza di un temolo comune con caratteristiche di livrea diverse o se ci si trovava di fronte a due fenotipi di temolo, cioè a temoli con caratteristiche profondamente diversificate, a due ceppi differenziati di timallidi. In poche parole andava svelato se il “marcatore estetico esterno” era l’immagine di pesci diversi o con caratteristiche realmente  diversificate.

  Per anni se ne discusse, al punto che gli amici ittiologi avevano quasi deciso di intraprendere autonomamente lo studio dei “due pesci” quando si presentò l’opportunità di legare lo studio commissionato a Thymallus Graia dal Ministero Agricoltura e Foreste sul e per il temolo per inserire questo importante elemento di indagine nel lavoro stesso. Riportare qui di seguito copia del lavoro realizzato è compito di grande portata e in sé monumentale. Basti citare che furono messi a confronto genetico animali provenienti dal bacino dell’Adda, Adige, Sesia, Stura di Viù e di Lanzo, bacino dell’Inn. Rimandiamo a chi fosse interessato alla analisi di dettaglio al lavoro per il Ministero o alla richiesta della copia degli Atti del Convegno “Ecologia e Gestione del Temolo Thymallus thymallus - Esperienze Italiane ed Europee a confronto”, 14 ottobre 2000 - Parco Ticino Pontevecchio di Magenta (Mi) alla Associazione Thymallus, Piazza Tarantelli 6,  20010 Pogliano Milanese, Milano. A pagina 84 degli Atti sopraccitati, al punto 4.2.2 si citano le conclusioni:

“I risultati dell’analisi genetica effettuata su campioni delle popolazioni italiane di temolo mostrano la reale esistenza di una diversità genetica tra il temolo di ceppo padano e il temolo di ceppo danubiano”.

Per dettaglio di informazione sembra che l’animale che ha mostrato più caratteristiche vicine a quelle definibili originali (o originarie se è possibile utilizzare questo termine) sia il temolo dello Stura di Viù. Alcune barriere naturali hanno probabilmente evitato che la specie venisse in contatto con animali di immissione, pesci spesso introdotti nel basso Stura di Lanzo in comunicazione con “la Viù”. E ci fermiamo qui proprio per rendere leggera una esposizione che altrimenti risulterebbe oltremodo onerosa in termini di lettura e spesso comprensione.

  Quindi due temoli, l’intuizione iniziale era corretta, di fatto ci troviamo di fronte a due animali che hanno caratteristiche di diversità evidenti. Ma non solo la genetica può spiegarle e mostrarle. Anche un approccio più tipicamente piscatorio può consolidare le due realtà. Il nostro temolo blu, molto più “timido”, delicato all’inquinamento, amante delle grandi ossigenate correnti alpine, difficile da far salire sulle mosche secche, contro un temolo coda rossa più ruspante, meno sensibile alle acque leggermente inquinate, spavaldo nelle salite sulle mosche secche, amante di ogni tipo di acqua che popola. Con sviluppi dimensionali prodigiosi, non sono difficilissimi temoli di 45 cm come non sono rarissimi i 50 cm e più. Rarità per il nostro “coda blu”. Scoprire che ci troviamo di fronte a due animali, a due temoli, ha aperto non pochi quesiti sul piano gestionale.

Ma facciamo, ancora una volta, un piccolo passo indietro sui recentissimi sviluppi che hanno interessato il temolo, con particolare riguardo alle disastrose piene degli ultimi anni che hanno interessato molti bacini del nord Italia e alla vicenda cormorani.

Le piene ripetute e di portate notevoli hanno senza dubbio ridotto un poco ovunque le presenze di temoli.

Storicamente le popolazioni di timallide hanno subìto danni da questi eventi, ma questi erano spesso  recuperati nel giro di pochi anni. I continui lavori di sistemazione degli alvei e le  attività spesso condotte e portate a termine con poca lungimiranza ambientalista, hanno modificato a tal punto i corsi d’acqua che le piene sono oggi eventi ancor più catastrofici rispetto al passato. Pochi sono infatti i rifugi per i salmonidi in genere, trote o temoli che siano. Le recenti ripetute piene hanno portato gravissimo detrimento ai temoli.

Aggiungiamo per molti corsi d’acqua poi i lavori di sistemazione realizzati in periodi primaverili, gli svasi dei bacini sempre a primavera con la conseguente copertura con limo e detriti dei letti di frega residui.

  Poi mettiamo lui, il nemico forse più evidente ad oggi anche se forse non il più pericoloso, il cormorano. La comparsa di questo uccello nelle proporzioni numeriche attuali non ha ricordo storico. La protezione di cui ha goduto in tutta Europa e la sua rapida diffusione ha portato grossi stormi di questi uccelli in areali atipici per lui. Così il Piave  con le sue popolazioni di temoli danubiani, anni fa, è stato devastato. Stessa sorte per Adda, Ticino, Toce, Stura Demonte,  ma anche il Sesia in certi sui angoli.

Ma potremmo continuare la lista...

Il temolo è un animale di corrente, non ha una grande attitudine alla difesa tramite il nascondersi, come magari la trota riesce a fare (quando le riesce ovviamente!).

Così diviene in quei corsi d’acqua preda “privilegiata” del cormorano che ne fa vere e proprie stragi, soprattutto di animali da riproduzione, di animali adulti, facendo in modo che in molti fiumi  si saltino vere e proprie generazioni di pesci. Molte province hanno dato il via libera a piani di abbattimenti di questi splendidi animali per tentare di limitare o ridurre la loro influenza nefasta, non solo sui temoli ovviamente. Sottolineiamo che senza una seria politica di contenimento di questa specie di volatile molti sforzi tesi a riportare popolazioni di salmonidi ai vecchi “fasti“ sono destinate a fallire miseramente.

Qui quello che più ci interessa sono le implicazioni avutesi recentemente sui “due temoli” per piene e cormorani. Detto e assodato che le popolazioni si sono fortemente ridotte a causa di questi  eventi, molti gestori e Associazioni di pescatori hanno valutato la politica di ripopolamento dei loro corsi d’acqua, spesso chiedendo suggerimento e consiglio alla nostra Associazione. 

Che i corsi d’acqua piemontesi possano essere ripopolati con temoli di provenienza danubiana  non riteniamo sia praticabile, almeno là dove le possibilità di ricreare le condizioni ex ante non siano state studiate seriamente. Molto si è discusso su tale argomento e possiamo dire che in buona sostanza con misure anche draconiane come la chiusura della pesca al temolo su più anni, la creazione di aree di assoluta protezione della specie, di risultati se ne cominciano a vedere, spesso timidi, ma presenti.

Stura Demonte e Sesia stanno, anche se faticosamente e lentamente riavendo popolazioni di temoli, di quasi tutte le classi di età, autoctoni.

Stranamente la eccezionale siccità di quest’ultima estate ha in qualche modo favorito il buon sviluppo delle residue freghe e l’ambientamento dei piccoli pesci.

Questi dati sono ufficiali e provengono un poco da tutti i bacini del nord Italia. Certo che attività di supporto e sostegno alle popolazioni di timallidi potrebbero essere poste in essere con spremiture e allevamento di avannotti in appositi incubatoi: sono ancora pochi gli interventi di questo tipo in Italia, ma molti sono già stati coronati da successo e, onestamente, con sforzi alla portata di tutti quelli che sono dotati di un minimo di struttura e tanta buona volontà. La possibilità oggi esiste e anche la tecnica per farlo.

  Là dove le condizioni di ripristinare delle popolazioni stabili di temoli autoctoni dovessero risultare impossibili (previo attento e serio studio in situ ovviamente) e dove le reimmissioni delle stesse  popolazioni fossero o risultassero impossibili, allora la materia di immettere materiale alloctono potrebbe risultare da considerare. Ma va ridetto, ipotesi da valutare con estrema  attenzione e cautela.

 Cosa ne sarebbe invece dei corsi d’acqua in cui le popolazioni residenti ridotte numericamente fossero quelle di temoli danubiani?

Partiamo dal dato di base che ormai, e fortunatamente, anche quelle popolazioni rappresentano (o rappresentavano) popolazioni residenti stabili, cioè ormai pesci autoctoni.

Va infatti fortemente sottolineato che quando parliamo, un poco provocatoriamente dei “due temoli” non parliamo  di diverse specie, sempre temolo è nonostante la marcata differenza cromosomica di base che abbiamo visto sopra. Ma cosa  più importante sono le  popolazioni ben ambientate in quei corsi d’acqua.

Facile allora riseminare temoli danubiani? Da valutare bene comunque.

  Creare popolazioni stabili non è mai cosa da poco. Spesso occorrono anni e anni di immissioni e i risultati tardano a venire, con notevole spreco di danaro  ma non solo, le nuove popolazioni possono avere delle serie difficoltà di acclimatazione e la possibilità di spremere animali e allevare temoli residenti potrebbe potenzialmente essere privilegiata, sempre dove questo fosse possibile e gestibile.

I due temoli si “ibridano”. Ovvio e scontato, non parliamo di due specie distinte ma di due ceppi con caratteristiche comunque  peculiari. Lo studio genetico sopra citato lo evidenza con chiarezza.

Quante di queste peculiarità possano essere perse o guadagnate nelle ibridazioni non è ad oggi dato saperlo. Certo rimane che cercare di salvaguardare là dove possibile le varie peculiarità avrebbe un senso compiuto. Per questo là dove il temolo “italico”, “padano” “Adriatico” “blu” che dir si voglia, è ancora largamente prevalente sarebbe assolutamente sconsigliato e sconsigliabile seminare materiale alloctono proveniente da bacini d’oltralpe.

Sarebbe invece suggeribile creare zone di assoluta protezione della specie, proteggere le aree di frega patinandole ed evitandovi i transiti di canoe e le entrate in acqua in generale, limitare seriamente le tipologie di pesca  e la stagione della stessa, supportare con un approccio scientifico serio possibilità di allevare la specie anche in cattività per delle immissioni là dove possano occorrere.

 I temoli dell’Adige

 Veniamo adesso a scrivere del temolo del bacino dell’Adige.

Storicamente i pescatori trentini  citano temoli piccoli rispetto a quelli attuali, “ingobbiti”, con colorazioni grigie. I vecchi pescatori me ne hanno esplicitato  la livrea e le dimensioni  facendo confronti con i “nuovi temoli” che pescano oggi. Il timallide, dalle informazioni verbali era il nostro vecchio “padano”. Sarebbe molto utile poter disporre di qualche vecchia foto o avere delle testimonianze dettagliate su tale specie, quella originaria del grande Adige. Personalmente ho potuto osservare molti cromatismi diversi, forme e colori figli dell’ambiente ma senza dubbio anche delle ibridazioni di animali provenienti da diversi bacini danubiani (sembra di rilevare che anche tra i vari bacini di provenienza vi siano variazioni cromatiche interessanti e a volte marcate)  e forse chissà anche da qualche vecchio animale residente. Non è infatti impossibile catturare, ogni tanto, animali con dimorfismi più legati al vecchio animale autoctono piuttosto che ai nostri nuovi “cugini” d’oltralpe. Comunque sia, il temolo dell’Adige oggi è l’autoctono dell’Adige e va considerato tale, un animale perfettamente adattato e inserito nell’ambiente in cui vive. Un animale da proteggere, gestire e tutelare. Cosa che peraltro le varie Associazioni, in prima fila la Apdv , stanno facendo in modo egregio con la introduzione di norme restrittive per la sua tutela come l’incremento delle misure minime, doverosissime dopo lo studio sul temolo (Graia  Thymallus) che ha interessato, come visto, anche l’asta fluviale trentina e in cui è stato dimostrato che per proteggere la specie vanno tutelati animali di dimensioni largamente superiori a quelle che storicamente sono state indicate come misure minime di cattura.

  Se poi vogliamo fare in modo che le possibilità di frega siano due allora le misure si allungano ancora.

Citando i dati raccolti con lo studio realizzato vanno tutelati gli esemplari fino a 39 cm per la prima riproduzione , mentre per la seconda riproduzione siamo a 44 cm! Pag 88 , punto 5.1.1.2 degli Atti del Convegno di Magenta. Le popolazioni di temolo sono soggette anche nell’Adige alle leggi ormai considerabili purtroppo  “naturali” che possono falcidiarne la specie ovunque. Fatte forse salve le piene catastrofiche, cosa che poco interessa un fiume della portata dell’Adige, la presenza di molti bacini espone la specie alle nefaste influenze legate agli svasi primaverili, ai lavori in alveo, alle asciutte per lavori sui bacini, ai repentini e continui cambi di livello delle acque che possono mettere in asciutta i letti di frega (con danni facilmente immaginabili)

Lo “svaso” o i lavori nei bacini con la conseguente lunga presenza di acque con materiale in sospensione danneggia gli animali presenti ma ancor di più le freghe, se queste coincidono con le attività sopramenzionate. Lo studio realizzato per il Ministero agricoltura e foreste, già citato in precedenza, ha evidenziato come il temolo dell’Adige, messo a confronto geneticamente con le tipologie di temolo più vicine a quelle storicamente presenti, sia un temolo di caratteristiche danubiane. Già detto. Comunque si voglia guardare la cosa il temolo del fiume Adige oggi è il temolo autoctono del fiume Adige, un animale perfettamente adattato e inserito nella sua nicchia ecologica. Vero è che saltuariamente  capita di catturare timallidi con caratteristiche peculiari molto simili a quelle dei bacini piemontesi. Non è infatti escluso che piccole popolazioni residue si siano salvate e si siano poi ibridate con quelle di immissione. Il temolo dell’Adige ha mostrato delle caratteristiche di rusticità e adattabilità notevoli e va salvaguardato al meglio.

  È addirittura ipotizzabile e proponibile che vengano iniziati dei tentativi di riproduzione in cattività della specie anche se sembra che le popolazioni attuali siano in buona o discreta forma numerica .

Come si è sottolineato in precedenza avere una popolazione stabile e ben acclimatata di temolo non è mai cosa da poco ma è anche purtroppo facile perdere un gran numero di riproduttori vuoi per gli eventi “umani” vuoi per quelli atmosferici e infine per la “peste nera” dei temoli, il cormorano. Conoscere le metodologie di recupero della specie attraverso l’allevamento non risulta un criterio da sottovalutare. Disporre di uno stock di animali o disporre delle capacità di intervento sulla specie mette al riparo da brutte sorprese . Infine una nota generale. Tengo a  sottolineare come “i due pesci” siano in realtà due leggere  ma importanti varianti della stessa specie. Certo riuscire a salvare questa  diversità sarebbe una gran cosa, ci stiamo provando e ci riusciremo se troveremo, come fino adesso sembra, intelligenza e sensibilità nei vari gestori dei bacini interessati. Cercare di ripristinare i vecchi ceppi, quelli che storicamente popolavano i corsi d’acqua del nord Italia ha un senso compiuto, non per delle romanticherie fine 800, ma per disporre di animali perfettamente inseriti o inseribili nel loro ambiente, capaci di sostenere al meglio gli eventi più negativi e con a disposizione un bagaglio genetico tale da permettere loro un rapido recupero della specie quando e dove ce ne fosse bisogno. Blu o rossi che siano i temoli. Se ci sarà un futuro per la specie dipenderà dalla intelligenza e dalla capacità gestionale di chi ha e avrà in gestione le acque da temolo, dalla capacità di imparare a conoscere a fondo le caratteristiche  della specie e delle metodologie più adatte alla conservazione degli stock. Senza questo sforzo molto del lavoro fatto è a rischio e purtroppo lo sarà ancora negli anni a venire.

A.P.D.V. - Associazione Pescatori Dilettanti Vallagarina