Il gambero di fiume

di Pietro Lorenzi *

(pubblicato sulla nostra rivista  “Le nostre acque” numero 1 – anno 2003)

Il gambero di fiume (Austropotarnobius pallipes) è un animale molto antico, da sempre ha fornito all’uo­mo una fonte di cibo atta alla propria sopravvivenza. Lo si incontrava in svariati ambienti naturali e non, ma, da qualche decennio, la sua presenza si fa sempre più circoscritta.

Alla fine dell’800, la famosa peste del gambero (Aphanomyces astaci) ne ha ridotto la popolazione in maniera drastica (si parla dell’ 80%), a livello europeo. Il gambero di fiume (Austropotamobius pallìpes), è l’unica specie autoctona di gambero appartenente alla nostra fauna, che si incontra sul territorio nazionale.

La causa della rarefazione di questo animale è da imputarsi a diversi fattori: l’alterazione dell’habitat, l’inquinamento dell’ambiente rurale dovuto all’impiego di concimi chimici fitofarmaci e diserbanti, l’introduzione di nemici non naturali e, infine, il bracconaggio. La legislazione del tutto carente, non ha sostenuto la tutela e la salvaguardia della specie, ormai a rischio di estinzione in tutte le regioni italiane in cui il gambero era un tempo abbondante. Le norme di protezione, infatti, sono state introdotte solo di recente indicata come “specie rara” dall’International Union for Conservation of the Nature and Natura Resources (Invertebrate Red Data Book,1983), è anche considerata ‘specie animale d’interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione” (dir. CEE 4392, tit. V all. V).

 PROGETTO

 Diversi fattori, ambientali e non, hanno contribuito ad una drastica diminuzione di gamberi nelle acque del Trentino. In alcuni casi la causa è da imputarsi all’inquinamento industriale ed agricolo (fitofarmaci-diserbanti ecc.). La canalizzazione di alcuni corsi d’acqua e la fresatura dal fondo della vegetazione. Al momento poche sono le popolazioni che si sono salvate, e per questo si è deciso di varare un progetto per la reintroduzione e il ripopolamento di questo animale. Verranno raccolti dati occorrenti ad uno studio di fattibilità. L’ indagine storica porterà ad una mappatura della distribuzione nel passato del gambero sul territorio dei trentino meridionale.Studiare i motivi che hanno portato a questa rarefazione del gambero e se sussistono le condizioni e i parametri ambientali per soddisfare le esigenze biologiche della specie.Sono da valutare le caratteristiche chimico-fisiche degli habitat acquatici scelti per il ripopolamento: il tipo di substrato e la composizione delle fitocenosi sommerse la morfologia spondale e lastia copertura vegetale: il grado di protezione dei siti di ripopolamento

 Lo studio di fattibilità deve comprendere un censimento dei principali gruppi costituenti la zoocenosi degli ambienti acquatici prescelti, sia riguardo la fauna vertebrata sia quella invertebrata. Lo stato della popolazione ittica e bentonica deve fornire una chiara indicazione circa le potenzialità alimentari dei siti oggetto di ripopolamento, e deve inoltre indicare la presenza di specie potenzialmente pericolose per i soggetti rilasciati nell’ ambiente.

Devono essere esclusi pesca, disturbo (transito, attività di corso d’acqua, ecc.), prelievi idrici, scarichi Le aree di reintroduzione verranno identificate nell’ambito del reticolo idrografico del Trentino meridionale. con particolare attenzione ad ambienti di risorgiva, ruscelli e torrenti.

Gli esemplari dediti alla riproduzione, verranno allevati in ambienti controllati.I riproduttori saranno prelevati in ambienti limitrofi l’area di studio, dopo accurata visita per testarne la salute e i ‘idoneità genetica. La potenziale area di allevamento è stata individuata in località San Colombano, vicino al torrente Leno.Il numero dei riproduttori dovrà essere di almeno 50 individui adulti, con rapporto maschio-femmina di 1 a 3. a causa della perdita delle femmine durante l’accoppiamento.

L’alimentazione verrà assicurata con mangimi commerciali (pellets per trote), lombrichi e larve di vario genere. Il consumo degli adulti è stimato attorno al 3/4% del loro peso vivo. Per la reintroduzione in ambiente ritenuto adatto, si utilizzeranno giovani di almeno 6 mesi d’età. Nei luoghi oggetto di ripopolamento si dovrà procedere ad osservazioni periodiche per determinare lo sviluppo delle popolazioni impiantate.  

*Pietro Lorenzi è Conservatore Onorario in Vertebrati del Museo Civico di Rovereto

 Disegno e ricerca bibliografica:

sono di Rachele Mattiolo 

BIBLIOGRAFIA

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